PRIMA DELLA MOTO

Questa storia magnifica inizia il 21 aprile, Natale di Roma, in una casa di campagna
E' la straordinaria avventura di un ragazzo che arriverà a sfidare, a battere perfino, i grandi miti del motociclismo.
Di un uomo assurto, con folgorante rapidità a notorietà mondiale, eppur rimasto schietto e modesto.
Inizia, questa storia, nell'anno 1927, quinto dell'era fascista.

In questo anno Alfredo Binda vince il giro d'Italia ed il mondiale. De Pinedo e Lindberg aprono nuovi orizzonti alle magnifiche e progressive sorti trasvolando per la prima volta l'oceano atlantico. Le folle cercano di dimenticare le tragedie della prima guerra mondiale ed accorrono al cinema per vedere "Il cantante di Jazz", primo film sonoro mai girato, o in strada per assistere alla prima edizione della "Mille Miglia". O allo stadio, per una stagione calcistica travolta dallo scandalo: lo scudetto va al Torino, ma viene revocato, e mai più riassegnato, dopo la scoperta delle truffe del "Caso Allemandi". Nascono Roger Moore, Gina Lollobrigida, Enzo Bearzot, Joseph Ratzinger. E nasce pure Remo Venturi, a San Venanzo.

Dire che viene alla luce in una famiglia povera non sia offensivo: siamo a agli inizi del secolo e in prossimità della grande crisi del '29. La povertà è comune alla maggioranza delle famiglie. Nella maggior parte delle case non c'è acqua corrente, né riscaldamento, né elettrici-tà. Remo ricorda di aver vissuto a "lume di candela" i primi venti anni della sua vita.

E' il terzo di cinque fratelli. Nascono prima Sante e Gino. Dopo Remo, Adriano e Rosina. Si aggrega alla famiglia una cugina in affi-damento, Pasquina. La mamma, Giulia, è ovviamente casalinga. Il padre, Vincenzo, è operaio, ma non sempre trova quel lavoro che gli serve per sostentare otto persone ! E' anche malato, a causa delle sofferenze della prigionia di guerra. Sono i vicini di casa, gli amici, ad aiutare la numerosa famiglia a tirare avanti.

Il primogenito, Sante, trova posto fisso come tornitore nelle vicine miniere di carbone di Morgnano. E nel poco tempo rimanente, sotto casa, ripara biciclette e motorini. E' l'unico ad avere la "busta paga", la sicurezza di uno stipendio a fine mese. E' il sostegno morale di Remo, il suo consigliere, il suo primo sponsor. Gli insegna a vivere, a guidare, gli insegna i rudimenti della meccanica. Lui che era stato capace di costruire una motocicletta assemblando un motore Norton ed altri residuati bellici. Sante morirà giovanissimo, a 30 anni, per una malattia mai diagnosticata. Per cause che io non esito a presupporre legate al malsano e durissimo ambiente della miniera.

In quelle stesse miniere trova lavoro fisso Remo Venturi, a sedici anni. Si, a 16 anni. Ma non è il suo primo impiego. Saltuariamente, dopo la scuola, aveva già lavorato come meccanico di biciclette, a Morgnano. Dopo la guerra è apprendista, a Beroide, da tale Pelletta. Ma è quello, poco capace, che apprende da Remo, il quale riesce a ricoprire i cerchi delle bici con le gomme dei camion lasciate dagli americani, tagliate a strisce coi coltelli da calzolaio. Le gomme vere non si trovano.

Nelle miniere, a sedici anni, in tempo di guerra, Remo non scende nel pozzo, ma viene impiegato alla fornace, col compito di spostare mattoni per otto ore al giorno. Porta il pranzo da casa, ma la fame adolescenziale glie lo divora regolarmente nel tragitto per andare al lavoro, ovviamente a piedi. All'ora del pasto non ha più niente. At-tende che gli altri finiscano e mangia poi quel che magari avanza loro.
Ad inizio '46 Remo, sempre aiutato da Sante, apre una piccola of-ficina. Prima sotto casa, poi in un locale nella vicina Malfondo, quindi un chilometro più in là, a Ponte Bari.

Quante volte i nostri genitori, o i nostri nonni, ci hanno parlato della povertà degli anni del dopoguerra? Anni in cui il gabinetto non era in casa, ma sul balcone o nel cortile. Quando il riscaldamento era un caminetto che arroventava e affumicava la cucina, ma lasciava le camere nel gelo assoluto appena scalfito da "lu preti", il braciere portatile. Quando la carne e la frutta erano raro lusso, e le calze si rammendavano all'infinito, e le scarpe, quando c'erano, passavano di fratello in fratello. Quando si "rovesciavano" i cappotti, per nascon-dere all'interno il lato consumato. E quante volte ci hanno detto che erano poveri, sì, faticavano a sopravvivere, è vero, ma erano più felici! E non avevano perso la speranza nel futuro! Ecco, deve essere uno stato d'animo di quel genere che spinge Remo, tra le fatiche quotidiane e le ristrettezze, ad assemblarsi con le sue mani una bici-cletta da corsa ed iniziare a gareggiare. Chiaro sintomo di uno spirito competitivo che poi si manifesterà a pieno.

Le prime sfide della sua vita Remo le vince intorno al 1945, coi pattini a rotelle (a ruote in ferro !). Remo li possiede perchè vengono venduti in Via Flaminia, nella concessionaria Corvelli, dove lavora. La sera si incontra al Bar con amici quali Sandrino Foglia, Aimone Bacchi, Dario Moretti, Angelo Bacchi. Si stabilisce il percorso, la posta in gioco e si pattina. Anzi, come si diceva allora, si "schettina", schivando le secchiate d'acqua lanciate da finestre infastidite. I patti-ni, a volte, servono anche a coprire, saltando le buche, i cinque chi-lometri da casa al lavoro. O meglio, gli ultimi tre, che i primi due non sono asfaltati. In alternativa raggiunge la città pedalando per sei chilometri su di una bicicletta autocostruita, che ha un freno a pedale posto in mezzo alle canne del telaio.

Con la bici, una vera, gareggia poi per due anni, nel 1947 e nel 1948, per i colori del "Velo Club Spoleto", fondato e finanziato dal Comandante Galli, capo della caserma dei pompieri. Nonostante la corporatura minuta vince a Fabbri di Giano dell'Umbria, a Fabbri di Montefalco, nonché il durissimo "Giro dei Monti Martani 1947" e il prestigioso circuito de "il Giro della Rocca", a Spoleto. Successi che lo qualificano per gare più importanti, come la "Coppa Peppino Evangelisti", da corrersi a Perugia. Andandoci, ovviamente, in bici-cletta. Per quanto oggi possa apparire pura leggenda, è verità, invece: spesso i ciclisti si recavano da casa alla partenza, lontana che fosse, pedalando. Nella fattispecie il ventenne Remo, con un compagno di squadra, parte da Spoleto di notte, percorrendo quasi ottanta chilo-metri, pianeggianti, ma non certo agevoli, attraverso i tanti paesi che la Flaminia attraversa. Poi corre per 100 chilometri di gara, poi torna a casa pedalando per altri 80 chilometri. Totale 260. Confessa però di aver fatto ricorso al doping. Un uovo crudo bevuto prima di partire !

Dal 1948 al 1949 presta il servizio militare, prima a Casale Monfer-rato, poi a Roma, alla Cecchignola, poi a Novara. Ovviamente con la specializzazione di meccanico.

Nel secondo dopoguerra avere l'automobile è un pò come avere oggi l'aereo privato. Si calcola che in tutta Italia ne circolassero meno di 250.000. Ed anche il motorino e la motocicletta erano per pochi. Ci si sposta a cavallo o in bicicletta, ad averne, o più facilmente a piedi. Quando c'è però la necessità di andare lontano si ricorre al noleggio. Così chi possiede due ruote col motore abitualmente le affitta, cosa che gli permette di ammortizzarne i costi.

Remo decide, insieme con Sante, di comprare una motocicletta per poterla dare a nolo, nell'ambito della attività della sua officina. Acqui-stano una DKW RT 125 a due tempi per 242.800 lire più IGE (im-posta generale sulle entrate, ora IVA) e quindi in totale 250.094 lire. Per inciso la DKW (acronimo di Dampf-Kraft-Wagen, auto-mobile a forza vapore) è stata fondata nel 1916 a Chemniz, in Sassonia, ove oggi sorge la pista del Sachsenring: ci si corre un Gran Premio del campionato mondiale Motogp. Duecentocinquantamila lire equivalgono a circa sei stipendi.

Remo frequenta la sede del Moto Club Spoleto, fondato trent'anni prima, nel 1921. Essa si trova nei locali del centralissimo bar Jhonson (ove oggi è una boutique) al piano superiore. Il club organizza gare sul circuito cittadino come pure grandiose feste da ballo. Le furiose discussioni tra i "Gileristi" e i "Guzzisti" si organizzano invece da sole, spontaneamente. La fazione pro Gilera è capitanata dal locale concessionario il pilota Ruggero Corvelli e, ancor più veementemen-te, dal suo nipote e operaio Renato Ferranti, detto "Topolino". I guzzisti sono legati ad Alberto Sabatini, anche lui corridore. Le discussioni a volte degenerano: famoso il motto "Guzzi / Gilera un occhio a zero". Accade che, durante una discussione i due vengono alle mani ed un poderoso pugno del Sabatini provoca lesioni ad un occhio del Corvelli, talmente gravi che ne consegue la cecità.
I fratelli Venturi tengono per la Guzzi, e un giorno prendono parte ad un'altra discussione, meno cruenta, dalla quale nasce una sfida quasi cavalleresca, tra Sante e "Topolino" con in palio l'onore pro-prio dei piloti e della rispettiva Casa e, per quella occasione, anche una posta di ben 500 lire. Dato che non c'è molto traffico si gareggia su strada aperta, per la precisione sulla Spoleto / Monteluco. Otto chilometri di tornanti in salita, costruiti pochi decenni prima dai prigionieri della prima guerra mondiale, a picconate sulla viva roccia. Ancora oggi percorribile.

"Topolino", molto noto in città, è un tipo focoso, irascibile, a vol-te, spaccone. Alla morte dello zio / datore di lavoro cambierà molti mestieri, finendo poi in povertà, ed anche monco, perchè su quella stessa Spoleto - Monteluco cadrà rovinosamente perdendo una gamba. Ma il giorno della sfida Renato Ferranti è ancora giovane ed in piena forma, e la vince quella corsa, anche perchè Sante scivola.

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