RIVAZZA. STORIA DI SOLITUDINI,
SUCCESSI, SCELTE D ERRORI.
Siegfried Barrett, detto Syd.
Giusto per coprire una boera origine sudafricana, forse un po' troppo
scomoda. Come tanti altri monelli americani, avviato alle corse quando
di esse percepiva il solo lato ludico. Come altri ragazzi californiani
giunto ad un successo tanto prevedibile e costruito quanto duro e
faticoso da raggiungere. Come molti altri piloti prima di lui pienamente
pago dei risultati raggiunti in patria, da cercare avversari in un
altro continente. Molto ricco, eppure abituato ad una vita semplice
e genuina.
La classica casa in legno al culmine di una collinetta, la solita
splendida fanciulla dalle lunghe, fine chiome bionde, sempre in shorts
di jeans e maglietta, incapace di rendersi conto della sua sensualità,
esaltata dalla incoscienza con cui la esibisce. Più a valle,
dopo un vasto recinto zeppo delle più varie specie di animali
domestici, un capannone nel quale a fatica trovano posto una serie
di aggeggi che hanno in comune il fatto di essere mossi da un motore
a scoppio. Soprattutto motociclette, ma anche Kart, jet-ski, radiomodelli,
jeep.
A tutte queste cose, alla sua
valle, alla sua donna, Nancy, correva la mente quando avrebbe invece
dovuto concentrarsi su quella curva. Quella maledetta curva della
Rivazza. Era più lento degli altro, in quel tratto. Più
lento. Eppure doveva esserci una soluzione. L'aveva percorsa a piedi
scrutandone ogni piccola rugosità dell'asfalto. L'aveva studiata
dall'alto della collina della passione. L'aveva coperta in tutte le
traiettorie immaginabili, nelle prove. Stava diventando un pensiero
fisso: essere più veloce alla Rivazza! In quel caso avrebbe
avuto la certezza di vincere perché negli altri tratti del
"Dino Ferrari" era sicuro di non avere avversari. O meglio,
di averne uno solo: quel maledetto tedesco di Hoyer.
Con quella Yamaha leggerissima e maneggevole Hoyer riusciva a girare
la Rivazza come un gatto, leggiero sul terreno, preciso e rapido.
La sua Honda, invece, un mostro di potenza, imbattibile in accelerazione,
nei curvoni voleva essere domata, chiedeva coraggio e forza di braccia
al suo cavaliere. Syd ne aveva da vender di ambedue. Ma non era sufficiente.
Come temeva. Era partito bene, aveva tenuto il comando per tre quarti
della gara, poi Hoyer lo aveva raggiunto e lo stava attaccando.
Tra i due non correva buon sangue. Più di una volta il tedesco
s'era negato ai saluti del californiano, né gradiva gli scherzi
che Syd era solito organizzare nei paddock. E poi pesava l'episodio
di Assen, quando, in quella specie di bufera, Hoyer, che aveva bisogno
di punti in classifica, voleva a tutti i costi far partire la corsa,
mentre Garrett voleva rinviarla. Da quel giorno l'inimicizia si fece
sempre maggiore, favorita dalla diversità culturale e caratteriale.
Una volta addirittura fu montato un"giallo": un pericoloso
ma casuale urto in gara venne spacciato dai giornalisti quasi come
un tentativo di omicidio, e si andò avanti per un po' con queste
assurde congetture, senza capire che nel mondo delle corse nessuno
può andare in cerca dell'incidente: ciascuno sa quanto sia
bizzoso il Fato, specie verso di chi non gli reca rispetto
Garrett se lo sentiva: Hoyer avrebbe attaccato alla Rivazza. Chiunque
avrebbe capito che quello era il suo punto debole.
Affiancato in staccata, Syd fu seminato appena lasciati i freni, forse
battuto più dalla propria rassegnazione che non dalla abilità
dell'avversario. Ma fu come una frustata e reagì. Era un campione
perché aveva grinta, coraggio, orgoglio, non solo per come
apriva il gas, cosa che altri sapevano fare come e magari di lui.
Al giro successivo Syd volle testardamente misurarsi proprio in quella
curva che non aveva mai compreso. Si inserì all'interno, trovando
un impossibile buco tra la Honda dell'avversario ed il muretto del
cavalcavia. La frenata durò un secolo e la folla andò
in delirio e la voce dello speaker si fece roca e disperata quando
i due percorsero appaiati tutta la curva, Hoyer fisso sulla sua traiettoria
quasi legato ad un filo invisibile, Garrett impegnato in un rodeo
con le gomme che cedevano per poi riprendere subito dopo e quindi
ricominciare a scivolare, il telaio martoriato dallo sforzo ed il
manubrio impazzito.
Il tedesco uscì per primo dalla curva, ma un po' troppo largo,
così Syd in accelerazione riuscì a sopravanzarlo entrando
per primo nella stretta variante che segue.
Era per quelle sensazioni che gareggiava ancora. Un brivido elettrico
ed un senso di libertà e di potere. Anche una insoddisfazione
latente, però, visto che in curva aveva perduto, riuscendo
nel sorpasso solo grazie alla maggiore potenza dei suoi cilindri.
Ora andava percorrendo gli ultimi due insidiosissimi giri scientificamente,
quasi meccanic-te, così come l'esperienza delle prove gli aveva
insegnato, riuscendo ad accumulare un vantaggio sufficiente a sottrarsi
ad un sempre aleatorio arrivo allo sprint.
Quella prodezza lo aveva beniamino di tutto il pubblico italiano,
allora privo di campioni nazionali. La ressa di persone armate di
carta e penna non lo intimoriva. Anzi, riservava per tutti un sorriso,
una parola, uno sguardo. In effetti detestava lui per primo i piloti
automi, semichiusi nel loro camper. Finiti i festeggiamenti, però,
si ritrovò solo nel suo motor-home, accovacciato tra due lussuosissime
poltrone in pelle, spenti lo stereo e la televisione.
Aveva battuto tutti gli avversari ma stava uscendo sconfitto dalla
lotta con la nostalgia e la tristezza. Quasi metafisicamente estraniati
da un corpo inerme, il suo pensiero, la sua anima, erano nella verde
vallata dove in quel momento, probabilmente, la sua Nancy, suo figlio
Ted, stavano dormendo. Che angelo. Ma perché separarsi di migliaia
di chilometri? Cosa sei in questa terra sperduta? Inutilmente centinaia
di persone rumoreggiano intorno, vanamente i motori delle duecentocinquanta
urlano in pista, quei motori per i quali avevi sacrificato la giovinezza
e consacrata l'esistenza. Sei solo. Solo. Come un superstite, come
un profugo, come un prigioniero. Solo.
Due anni più tardi quel motor-home fu nuovamente posteggiato
nel paddock di Imola. Si dovevano collaudare alcune gommature e nuovi
scarichi. Ora però sulla casa viaggiante c'era scritto "500
World Champion". Era ancora più famoso e più ricco
ed ormai era riuscito ad affermarsi anche in quest'altro continente.
Ma suo figlio, che ormai riusciva anche a chiamarlo "daddy",
la sua Nancy, ancora adesso erano lontanissimi. Spesso si domandava
perché mai correva ancora. Piuttosto però che affrontarsi
per darsi una risposta, preferiva fuggire ogni pensiero e nascondersi
nel suo lavoro.
Già. Ormai solo un lavoro. Niente più traguardi né
stimoli, niente divertimento né soddisfazioni. Soltanto un
lavoro. Ora non aveva più paura della Rivazza. Due anni prima
l'aveva sconfitta. Non avervi effettuato il sorpasso decisivo gli
bruciava ancora, però gli sembrava di aver comunque ucciso,
con quella piega straordinaria, il mostro. Forse fu per questo, forse
a causa degli assilanti problemi che lo assorbivano, che andò
giù per quella discesa senza pensare al punto di staccata.
La frenata fu lunghissima. Indeciso se tentare di andare dritto sulla
sabbia o azzardare la piega, a velocità inaudita, Syd spostò
il peso del corpo all'interno e immediatamente la ruota posteriore
prese a seguire la tangente. D'istinto tentò un improbabile
controsterzo, che ebbe come unico effetto quello di irritare la moto
al punto da farla scuotere violentemente, disarcionando il pilota,
e catapultandolo sull'asfalto.
Quel sonno era così dolce! Syd desiderava abbandonarsi, ed
era cosa più facile da fare. Solo un estremo istinto di conservane
gli dava ancora la forza di lottare per la vita. Una lotta ardura,
lunghissima, disperata. Com'è disperato chi ha perduto molti
valori. Poi il suo giovane e forte fisico ebbe la meglio. E qualche
settimana dopo Syd già era in grado di tornare in pista.
Si trattava di una gara importante, perché, matematicamente,
era ancora in grado, nonostante tutto, di aggiudicarsi il titolo mondiale
della mezzo litro. Però non fu l'ambizione iridata a indurlo
a partecipare. Era spinto dal dovere verso i suoi tifosi, da quello
.impostogli dal contratto con la Casa e dalle pressioni degli sponsor.
Aveva perduto le abitudini di un tempo. Non scherzava più nel
paddock, ad esempio, e se molti piloti e meccanici lavoravano ora
più tranquilli, altri rimpiangevano l'allegria e la disponibilità
di quell'uomo meraviglioso, mano tesa, sorriso smagliante
Il primo giorno di prove, accortisi del cambiamento, i più
lo attribuirono, troppo frettolosamente, all'incidente. Ma c'era dell'altro.
Syd non aveva più voglia di correre. Era però in pratica
costretto la farlo. Egli amava ancora moltissimo la sua Nancy, ma
la prolungata lontananza andava creando tante incomprensioni e tanti
problemi. Pur essendo ancora in buoni rapporti con la moglie, aveva
perso quella adorazione che aveva per lei, ed a volte mal sopportava
le sue premure e le sue preoccupazioni. Né riponeva più
in lei la fiducia di un tempo, per cui si sentiva insicuro ed indifeso,
solo e senza scopi. Né aveva più nessuno che potesse
consigliarlo sul da farsi, spingerlo a smettere, oppure dargli delle
motivazioni per continuare, o almeno aiutarlo a chiarirsi le idee.
La sua solitudine spirituale lo allontanava allora, dagli amici che
s'era fatto in Europa, e ciò accresceva il suo isolamento,
in tremendo giro vizioso.
In quella corsa del rientro Garrett gareggiò senza convinzione,
tanto che gli altri piloti si meravigliarono di come fosse facile
passarlo. I commenti furono comunque positivi: pur dovendosi considerare
ancora convalescente girava in tempi dignitosi, aveva conquistato
un sesto posto che non era da buttare, sebbene giunto anche grazie
a ritiri e cadute altrui. Soprattutto rimaneva in corsa per la vittoria
finale.
Questa matematica possibilità aumentò la sorpresa quando,
alla gara successiva, non si fece vivo. Dal telefono di casa sua rispondeva
Nancy, che però lo credeva già a Rijeka. Né le
ricerche in Lombardia, dove aveva temporanea residenza in Europa,
portarono a nulla. I più imbarazzati erano gli uomini del suo
team. superati solo dal manager, Fred Randall, che aveva annunciato
la ritrovata forma del suo pupillo, prenotandolo addirittura per la
vittoria del Gran Premio della Jugoslavia. La notizia del piccolo
"giallo" fece immediatamente il giro del mondo, ma poi,
iniziate le gare, pochi più se ne curarono e tutto finì
in un accenno nei commenti e negli articoli del dopo gara. I titoli
erano tutti per Hoyer: era già diventato il nuovo idolo della
Germanmia sportiva, che lo aveva anticipatamente investito della corona
mondiale, supponendo che Garrett non si sarebbe più rivisto
per quell'anno, e dando per scontato che Jones, compagno di team del
tedesco, non avrebbe avuto le capacità né il permmesso
di soffiare il titolo al suo caposquadra. Nessun altro poteva più
matematicamente diventare campione, oltre loro.
Sulla sommità di una collinetta
in dolce declivio, di fronte ad un trilasasnte panorama, forse di
una zona dell'Italia centrale, un uomo sulla quarantina, con una piccola
enduro quattro tempi ed il figlioletto aggrappato dietro, ambedue
col caschetto jet, sta facendo la sua escursione, mentre il sole si
fa pregare a rimanere.
Questi scorge un uomo asciutto accovacciato su d'un bel prato.
Senza un preciso motivo, per una istintiva curiosità, gli s'avvicina.
Fermatosi un poco di lato a quello, si sporge per scorgerne il viso.
Quel viso lentissimamente si volge, scoprendo due chiarissimi, stanchi,
occhi di ghiaccio. Altrettanto lentamente la pipa fumante si stacca
dalla bocca rimanendo serrata nella mano, il vento disperde il fumo
e agita i capelli davanti ad un volto di pietra, freddo, immobile,
triste.
Il campionato quell'anno si decideva
ad Imola. Ancora la magica emiliana avrebbe chiesto il massimo a Syd
Garret, dopo averlo fatto famoso ed averlo distrutto. L'interrogativo
era sulla bocca di tutti: sarebbe arrivato l'americano? Il suo team
era presente al completo fin da martedì. Randall diceva di
avere avuto ampie assicurazioni dal suo pupillo. Bluffava.
Al venerdì nessuna buona nuova era ancora giunta, tanto che
venne un pilota privato per far ugualmente correre quella Honda, per
mostrarne gli sponsor in una occasione del genere. Al sabato, ad un'ora
e mezzo dall'ultimo turno di prove ufficiali, iniziò a diffondersi
nel paddock la voce della presenza del campione californiano. All'ingresso
era avvenuto un tafferuglio. Garret non aveva pass, né intendeva
attendere qualche responsabile della reception. L'uomo all'ingresso
era un vero appassionato di corse, e conosceva tutti i volti dei migliori
piloti del mondo. Non si poteva però fargliene una colpa se
non voleva far passare il prepotente ragazzo.
Dimagrito di molti chili rispetto alla sua ultima apparizione, il
viso solcato di due occhiaie profondissime, lo sguardo indurito e
la barba lunga e incolta, i capelli sulle spalle, l'abbigliamento
sporco e lacero: era davvero irriconoscibile e sospetto. Dei tanti
sentimenti che fortissimi gli si agitavano dentro, dai suoi occhi,
dal suo volto, non ne traspariva nessuno. Egli racchiudeva tutto in
quella maledetta solitudine cui la Sorte lo aveva condannato. Trovò
subito la sua casa viaggiante e vi sostò a lungo davanti, incurante
delle urla degli organizzatori che stavano questionando lì
vicino con Randall, l'unico che lo aveva riconosciuto. Senza salutare
i suoi vecchi meccanici, senza pronunciar parola, entrò ed
indossò la sua tuta ed il suo casco. I meccanici, attoniti,
avevano intanto preparato e scaldato la Honda, su ordini del manager,
davanti agli occhi increduli degli uomini del team Yamaha. Uscendo
dalla tenda Syd incrociò Hoyer, che si stava infilando i guanti
con sussiego, la moto portata a mano da un meccanico.
Il tedesco, alzando la testa, urtò dietro la visiera lo sguardo
profondo e fisso dell'avversario di sempre, oramai inatteso. Ebbe
un sussulto e si defilò. Syd non se ne curò minimamente.
Si portò al cancello di ingresso in pista e, date due sgassate
di pulizia lasciò spegnere il motore. Incrociate le braccia
attese il suo turno, attorniato dai tifosi a malapena contenuti dalle
forze dell'ordine. Fu il primo della 500 ad entrare in pista. Un paio
di goffi giri di riscaldamento poi il passaggio lanciato davanti ai
box, che annuncia la decisione di"tirare". Non gli fu difficile
spiccare il tempo, nonostante le regolazioni dell'anno prima fossero
state riportate alla meglio sul nuovo modello. La rabbia sopperiva
alla ruggine, alla fatica, alla messa a punto approssimativa, a tutto.
Al termine si portò al motor home entrandovi muto.
Dopo poco, solcando la folla assiepata, serissimo, entrò anche
Randall. I due rimasero rinchiusi per oltre due ore, e nessuno mai
saprà cosa si dissero. Syd passò la notte da solo. Forse
pensò alla sua vita. Poteva diventare un onesto commerciante
di motociclette come suo padre, e dedicarsi di più a se stesso,
alla sua famiglia, alla sua Nancy. Poteva fargliene una colpa se se
ne era andata via? Lui non c'era mai, sempre in giro pel mondo, spesso
incapaca di trovare anche solo il tempo di telefonarle. E lei così
mitee bisognosa di affetto...
Syd invece aveva fatto di quella solitudine che era la sua dannazione
un Valore. Se ne dava forza, si nutriva di quella sua condanna e s'era
ormai autoconvinto di non avere bisogno di nessuno. Perché
lui era Syd Garret, il campione del mondo. Forse di concentrarsi per
l'indomani quella notte. Forse dormì. Forse bevve. Forse pianse.
Chissà cosa fece, quella notte.
Sulla linea di partenza fotografi,
curiosi, giornalisti, bellissime ragazze, meccanici, intrusi. Garret
immobile. Ritto sulla sella, i piedi ben piantati in terra, la visiera
scura calata e le braccia conserte. Per il giro di ricognizione partì
per ultimo, molto più tardi degli altri. Al primo giro con
tutti gli occhi a pesare su di lui, era nei dieci, al passaggio successivo,
alla variante bassa, era oramai davanti al gruppo, distaccato di una
decina di secondi da Hoyer, partito in testa.
Era molto sicuro nei suoi movimenti, fattisi più secchi d'un
tempo, e le sue traiettorie erano quelle che ogni manuale di guida
sconsiglia. Ma ad ogni giro mangiava secondi.
La testa di Hoyer, girandosi ad ogni accelerazione, dimostrava la
sua inquietudine. Poi i due passarono davanti ai box appaiati, in
progressione la Honda avrebbe potuto andarsene, ma Syd"chiudeva".
Nessuno capiva nulla di cosa stesse accadendo.
Nessuno tranne Randall. Quel figlio di buona donna voleva sorpassare
alla Rivazza. E difatti dopo prolungati temporeggiamenti attaccò
in quel punto. L'unico rumore era quello dei motori. Silenziosa e
incantata la folla. Psicologicamente Hoyer era ormai distrutto. In
quell'ultimo mezzo giro aveva capito che non poteva farcela contro
quella belva impietosa. Tentò comunque,con orgoglio, di frenare
una decina di metri più tardi del dovuto. Non potè neanche
vedere il suo sfidante. Ebbe anzi un brivido di paura nell'intuire
quanto forte stesse entrando, in quella interminabile doppia curva,
l'altro. Trattennero tutti il fiato: qualcuno pregò, qualcuno
imprecò, molti chiusero gli occhi. Ancora oggi c'è chi
racconta di avere visto il gomito strisciare in terra. La Honda era
praticamente parallela al suolo, appoggiata sul ginocchio del suo
pilota, tenuta ancora in piedi da chissà quale diabolico patto.
Cambiando fulmineamente marcia in uscita Syd riusciva a tenere perfettamente
in coppia il motore e già il cordolo raso da quell'uragano
era lontano. Quando il tedesco finì la curva non credette ai
suoi occhi: Garret era lontanissimo, almeno tre - quattro secondi
più avanti. I più attenti avevano intuito il sorpasso
e all'annuncio dello speaker ci si apprestava a festeggiare Ma Syd
ebbe un rallentamento improvviso, poi la via dei box. Abbandonata
la moto al muretto, prima qualcuno potesse accorrere, gettati al vento
i guanti, col casco ancora in testa si allontanò. Ad un attento
esame la moto risultò perfettamente funzionante: nulla poteva
motivare né giustificare quel ritiro. Da allora nessuno più
rivide l'asso californiano.
Moltii anni più tardi il
New York Times decise di andare alla ricerca di quel mitico campione,
se mai fosse stato ancora in vita. Dopo lunghe e dispendiose indagini
iniziate in California, passate per la Lombardia, Londra, Barcellona
e Rio de Janeiro l'inviato è ormai sul punto di arrendersi,
perdendosi in Brasile ogni traccia.
Cerca di dimenticare il suo fallimento con un pomeriggio in spiaggia.
Tra la folla osserva una camminata dinoccolata e fluttuante. E' una
folgorazione. Si alza e di lontano grida: "Syd, Syd Garret!".
Quello si volta. Lo fissa. Lo blocca con lo sguardo, scuote con lenta
determinazione la testa e riprende il suo cammino. Un attimo di indecisione
è sufficiente perché l'inviato perla di vista lo sconosciuto.
Potrebbe cercarlo, rincorrerlo, richiamarlo. Ma era Syd? No. Syd Garret
non c'è più. O forse c'è ancora. Ma di certo
non è più lui.
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