Montagne blu

1997

Diciotto racconti ambientati in Jamaica, con riferimenti alla storia dell'isola, ai luoghi, ai miti, ai suoi personaggi.

 

Il primo racconto:


 

ALFREDO CHE VOLA


Esiste una montagna, elevata 2.250 metri sopra la superficie del mare che la circonda, fatta di ricca poverta' ed irrefrenabile
allegria, ove ovunque la musica suona ognora, per ogni dove pendono frutti pronti a saziarti, e fa sempre caldo. Essa e' chiamata Jamaica (o Giamaica). Gli antichi abitanti, gli indiani Arawaks (Aruachi), la chiamavano Xaymaca. Gli attuali la pronunciano "G'meica". Alla estrema punta occidentale, quella che guarda verso lo Yucatan, dopo che da un po' la bella scogliera ha preso il posto delle vantate "sette miglia di sabbia" di Negril, v'e' il mitico Rick's Cafe'. Vi si possono ordinare noti cocktails, fatti colle piu' strane frutta e col rinomato rum. Provate il "Purple Rain" od il "Dirty Banana", se vi capita. E fate in modo che vi capiti. Sugli alti scogli a picco v'e' una terrazzetta sulla destra, proprio vicino al grande bancone in muratura del bar. L'appuntamento e' pel tramonto. Ci si va per tempo. Si aspetta che i catamarani dei turisti tornino verso est. Si preparano le macchine fotografiche e le videocamere. L'emozione dura pochi minuti. Dopo qualche riluttanza e dura agonia, il sole azzecca proprio al centro della piccola baia e scompare d'improvviso. La gente applaude, commenta, stupisce. S'accorge ch'e' notte. Piu' a sinistra, una giovane mora europea, apparentemente sola e molto bella, sta scegliendo una polo al negozietto del Rick's, tra cappelli, sigari e posters. Sembra gradirne una rossa. Tre giovani la puntano e fanno casino, hanno i calzoni corti le ciabatte e la canottiera. Sembrano italiani.  Poco piu' in la', nel ristorante sul mare, aperto alla brezza serale, una vecchia da un quintale, dal piglio trionfale, s'aggiusta l'occhiale e il cappello fatale con veletta nuziale. Ha gia' preso posto ai tavoli, forse voleva il migliore.  In fondo, c'e' lo scoglio dei tuffi. Una piccola vertiginosa piattaforma naturale, che sara' a quindici, forse venti metri dall'acqua. Di li' Flying Fred si esibisce da maestro. Attende il momento opportuno, prima lascia che qualche avventizio raggiunga con difficolta' il luogo dello slancio, e sa che molti poi rinunciano. Quindi fa finta di non vedere i tentativi piu' goffiþ: gente che si lancia in piedi e quelli che sbracciano in volo. Nel frattempo si raduna il pubblico. E quando l'atmosfera e' al culmine, solo dopo che qualche statunitense ha elevato il livello, producendosi in degne esibizioni, inizia a prepararsi. Il suo avvicinamento al trampolino di roccia, la sua pelle nera tirata sugli slanciati muscoli, da soli distolgono gli sguardi da quelli che si stan tuffando e dagli altri in fila. Le famigliole statunitensi abbracciano i figli, ed i fighetti europei, col loro inservibile telefonino, gli occhiali scuri e le catenine d'oro, tremano al pensiero d'esser chiamati al tuffo dalle rispettive donne. Quando viene il turno di Flying Fred scende il silenzio. Lento si posiziona, si concentra, scruta il fondo. Tutti capiscono che il grande attimo sta' per scoccare. Flying Fred addirittura prende slancio verso l'alto, si flette in aria, volta rigido verso l'acqua, ove entra senza schizzo quasi. Rimane a lungo sott'acqua e tardi riemerge a godersi applausi ed urla Bene, quella sera non riemerse. I primi a vincere l'incredulita', chi tuffandosi, chi scendendo dalla scaletta, lo cercarono molto ed invano. Frequentatori abituali e sprovveduti avventori dalle corte calzette si guardavano negli occhi, convinti oramai di dover avvertire la polizia. La giovane moretta europea si preoccupava moltissimo, avrebbe voluto fare qualche cosa, ma era li' da sola, e non sapeva proprio a chi rivolgersi. La canadese con la veletta era invece un po' infastidita. Forse tanto

trambusto avrebbe ritardato la cena.  Flying Fred offri' un vero colpo di scena, presentandosi, oramai quasi asciutto, con un bel salto mortale sul terrazzo dalla parte opposto. Fu un trionfo. La vecchia canadese lo guardo' ammirata ed anche un po' sollevata. Si poteva mangiare. Poi la vita mondana del Rick's riprese. S'ando' alla terrazza del tramonto, e poi ai cocktails ed alla cena. Quel caldo buio ovattava il brusio dei tanti serenamente radunati in quel tempio multirazziale, ove e' facile conoscersi. Non c'e' nulla da fare, si puo' solo ascoltare il mare, farsi prendere dal reggae, fissare la luna, passeggiare sugli scogli, sedersi sul muretto e sognare. Non c'era un attimo da perdere, ma avevano ancora tanto tempo prima di niente. Flying Fred era seduto ad uno dei tavoli migliori. Raccontava alla sua compagna, quella canadese piu' ricca che vecchia, di mirabolanti, improbabili avventure. D'un mestiere, un'arte. La vegliarda ebbe i suoi attimi di gloria, si senti' ammirata ed invidiata persino dalla ragazzette. Perche' Fred, si, Fred, era con lei. Gli passo' un bel malloppo. Soldi sudati. La fece bere, e ridere, e bere, e parlare. E ringiovanire. E sentir viva. Reggae nella testa. Mare nei polmoni. Volavano tra i tavoli veloci camerieri, guanti bianchi nella notte. Cocktails e birra e rum, e le parole cedevano il tempo ai respiri ed ai pensieri, in quel posto estraneo al mondo. I turisti dalle camicie a fiori furono i primi ad andarsene. I giovanotti fastidiosi dai pochi soldi, s'avviarono sulla buia strada e trovarono una sperduta pizzeria nella dolce campagna.  A tarda notte, era ormai iniziata sulla spiaggia la festa coi fuochi e i canti, il Rick's si spopolava, i taxi s'avvicendavano
sul piazzaletto. Fliyng Fred se ne usci' con la bellissima milanese, alta, snella, mora, sorridente e con una polo rossa. Il piu' bel tuffo carpiato di Flying Fred. 

 

Guarda che, alla fine, tutto il mondo e' uguale. In Jamaica ci sono il bene e il male, ma questo e' lo stesso dappertutto.
La lotta, le difficolta', sono parte dell'uomo, che e' fatto  male, e' prepotente. ... Forse una cosa noi giamaicani possiamo
esportarla. Ecco, seguiamo i tempi della natura, non la forziamo, e siamo pazienti, ci sentiamo parte e non dominatori del mondo in cui viviamo. 

Da una intervista concessa da Yellowman, cantante nero albino,
padre del Dj style, in occasione di un concerto a Roma, nel 1993.

 

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